Presidente Berlusconi, una premessa: è molto complicato scriverle, fin dalle prime righe. In una prima versione di questa lettera, avevo scritto «Caro presidente». È una formula di stile, che prescinde dal fatto che il destinatario sia realmente «caro» al mittente. Quando la si usa rivolgendosi a un esponente delle istituzioni, quale lei è, si vuole esprimere un’idea di «familiarità nazionale». Si vuol dire che, anche se si hanno idee molto diverse attorno alla politica, si riconosce l’esistenza di valori condivisi. Si sa che esiste un luogo, per quanto estremo, nel quale è inevitabile ritrovarsi. Quello è, appunto, un luogo «caro» perché è la casa comune dove sempre si torna anche dopo aver percorso strade divergenti, aver visitato luoghi lontanissimi tra loro. Con quella parola, «caro», infatti, cominciano anche le missive più dure e più risentite. Con «egregio», «spettabile» etc. cominciano invece le lettere che danno per presupposta una distanza, a volte già incolmabile. È stato dopo questa riflessione che ho cancellato il «caro» ma non l’ho sostituito con l’«egregio» o con lo «spettabile». Il fatto è che spero che la distanza non sia incolmabile ma, contemporaneamente, non vedo più la casa comune. C’è poi un’altra difficoltà.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79115